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da facebook STEFANO DI TOMMASO

RETI D’IMPRESA E COMMERCIO ELETTRONICO: DUE STRUMENTI PREZIOSI PER ALIMENTARE LE ESPORTAZIONI DELLE PMI
4 gennaio 2015 alle ore 4.46

Si è a lungo discusso della grande difficoltà di riuscire ad esportare per le piccole e e medie imprese del “Made in Italy”.

Si è provato a spiegare questo handicap come risultato principalmente delle piccole dimensioni di quelle aziende come pure della spesso collegata arretratezza culturale che le ha contraddistinte sino ad oggi. Si è anche passati dal montezemoliano “fare sistema” che mancherebbe al nostro Paese e alle sue attività industriali, prive di rappresentanza politica e istituzionale nel resto del mondo.

Negli ultimi tre anni però la spesa complessiva media mensile delle famiglie italiane si è ridotta del 5,2% calando a €2.359 e per molte PMI attive nei settori tipici in cui eccelle il Made in Italy (beni voluttuari) il mercato interno si è ristretto ben di più: si calcola che dal 2008 al 2013 un quinto delle imprese familiari italiane abbia chiuso i battenti o sia finita in procedure fallimentari, generando a sua volta crisi e necessità di ripensare la formula imprenditoriale.

Secondo un recente studio di SACE, una delle principali ragioni di tale fenomeno è sicuramente stato il fatto che troppe PMI erano mancanti di risorse e organizzazione commerciale per evitare di restare eccessivamente focalizzate sul mercato domestico. Il fenomeno è ancora più accentuato se si paragona la propensione all’esportazione delle imprese italiane con quella di aziende delle medesime dimensioni in Germania, Spagna o Francia.

L’argomento è di grandissimo peso perché buona parte del “Made in Italy” quando non è un prodotto alimentare è design, moda, arredo, innovazione stilistica, artigianato tipico o innovazione funzionale. Tutta roba che si realizza spesso in piccolissima serie numerica e in stabilimenti artigianali di ridottissime dimensioni: caratteristiche assai ardue per una diffusione commerciale globale di quei prodotti!

Ma la verità è che per esportare stile o cibi di qualità ci vuole spesso un Global Brand e a sostenere il medesimo dovrebbe soccorrere l’intero sistema-paese, oltre alla disponibilità di tanto capitale di rischio per arrivare a farsi conoscere nel mondo e il supporto di quei media che fanno tendenza, digitali e non solo, che quasi mai sono italiani. Rari sono i casi di eccellenza come quello del vino, nel quale dal 2008 ad oggi le esportazioni sono cresciute del 42%, raggiungendo il valore di €3miliardi.

Il settore pubblico in Italia è invece stato bravissimi sino ad oggi quasi solo a spiazzare quello privato e a fare le pulci agli esportatori partendo dal pre-concetto che essi -soprattutto quando si organizzano in piccole e medie imprese- sono tutti evasori potenziali ed esportatori di capitali in forme più o meno illecite.

Dovremmo invece chiederci perché mai la maggioranza dei protagonisti del Made in Italy pensa solo a fuggire da quello che una volta si chiamava il “Bel Paese”, come in precedenza succedeva solo ai popoli sovietici.

Negli anni recenti poi abbiamo superato noi stessi: la con trasuderò credito disponibile ha spesso favorito la cessione di eccellenze italiane ad operatori stranieri e l’Unione Europea ha quasi sostenuto il processo di deindustrializzazione dei nostri territori sovvenzionando gli investimenti per la delocalizzazione di moltissime aziende al di fuori dei confini europei, ovvero il loro insediamento produttivo anche nei Paesi divenuti di fresco membri dell’U.E. cosa che in Italia ha sicuramente ridotto l’occupazione interna e conseguentemente depresso i consumi.

Come dimostra il caso illustre della F.C.A. (ex FIAT) persino lo spostamento della fiscalità in altri Paesi U.E. è favorito.

Un capolavoro di contro-politica industriale che oggi noi cittadini italiani paghiamo amaramente con il crollo dell’occupazione e la conseguente caduta verticale della domanda interna di beni e servizi.

Tuttavia un primo appiglio di speranza per le PMI italiane, spiazzate dal calo dei consumi e dalla difficoltà di riuscire autonomamente a sopportare i costi e i rischi dell’internazionalizzazione, è recentemente emerso da un fattore esogeno all’Italia e nato addirittura fuori dall’Europa: internet, che ha consentito una crescente digitalizzazione di tutti i principali Paesi del mondo.

Sul fronte della domanda di beni e servizi infatti, sul nostro pianeta ci sono già circa 2,6 miliardi di individui che cercano prodotti su internet e quasi la metà di essi (1,2 miliardi di persone) compra regolarmente “online”. Gli italiani che comprano sulla rete sono già 6 milioni (come dire: il 10%della popolazione totale e il 20% di quella attiva) e il 93% di essi ne manifesta soddisfazione.

Sul fronte dell’offerta invece, già in Europa ci sono 645 mila imprese che vendono attraverso l’e-commerce mentre in Italia ce ne sono soltanto 30 mila, contro -ad esempio- le 120 mila in Francia. Soltanto l’1% delle PMI italiane, cioè quelle che potrebbero avere il maggior vantaggio dall’e-commerce, si è fino ad oggi cimentato seriamente in tentativi di avvio del nuovo canale commerciale rappresentato dall’online.

A riprova dell’importanza prospettica del commercio sul web, Elio Catania, presidente di Confindustria Digitale, fa notare che l’86% delle aziende fallite nell’ultimo anno non aveva neppure un sito internet. Perché l’Italia delle imprese si adegui non solo l’efficienza e la velocità della rete dovranno crescere, ma anche la normativa nazionale circa privacy, tassazione, copyright e protezione d’acquisto per il consumatore dovrà adeguarsi. L’Italia ha infatti ancora la metà dei siti internet aziendali delle imprese del Portogallo, mentre si sta velocemente ampliando nel mondo la platea di potenziali acquirent: nel 2020 i cittadini collegati alla rete si calcola che raggiungeranno il numero di 7 miliardi.

Dunque tanto le caratteristiche intrinseche dei nostri prodotti quanto l’attuale arretratezza digitale delle imprese italiane (e dunque l’enorme spazio di crescita perché esse si adeguino ai nuovi standard mondiali quanto infine i tassi di sviluppo delle vendite su internet, fanno ben sperare che da questo fronte possa arrivare una bella scossa per le imprese italiane!

Peraltro l’accesso alla rete e la conseguente crescita di vendite online avviene oggi soprattutto attraverso i dispositivi mobili e l’Italia è fra i cinque Paesi con maggiore intensità di uso di telefonini e smartphone. In tutto il mondo le imprese italiane potrebbero recuperare terreno proprio grazie a ciò.

In termini di ritorno per lo sviluppo dell’economia italiana il ruolo dell’export e in particolare di quelle forme di export che richiedono minori investimenti, come l’e-commerce appunto, può essere molto importante. Per vincere la concorrenza commerciale sulla rete occorre tuttavia una vera e propria rivoluzione culturale dei nostri imprenditori, a cominciare dal dominio delle lingue straniere e dalla grafica, per superare vincitori la mancanza della percezione sensoriale del prodotto posto in vendita nei negozi digitali.

La presentazione dei prodotti risulta infatti fondamentale per montare un’attività e-commerce e offrire un servizio completo.

E poi la pubblicità online non può prescindere dall’uso dei social network, nessuno dei quali nasce nel nostro Paese.

Milano Finanza fa tuttavia notare che, in un contesto di generale arretratezza delle aziende italiane, non mancano casi virtuosi come Yoox, il più importante sito al mondo di vendite online del segmento fashion oppure Dalani, €100 milioni di fatturato raggiunti in soli tre anni e la presenza in 15 Paesi del mondo, un e-commerce italiano che vende tutto per la casa, dai mobili ai materassi e che ha creato nello stesso periodo mille nuovi posti di lavoro.

Gli strumenti per favorire l’export non si fermano tuttavia alla crescita dimensionale e alla crescente digitalizzazione. Un recente studio di Banca Intesa San Paolo ha messo in evidenza un altro strumento rivelatosi formidabile per favorire e esportazioni e dunque la sopravvivenza delle PMI italiane è stato la crescente diffusione delle reti d’impresa, che ha consentito anche alle più piccole aziende di molti distretti industriali di mettere a fattor comune attività costose e rischiose come l’analisi dei nuovi mercati e l’apertura in giro per il mondo di uffici dedicati alla penetrazione commerciale.

Già la formazione dei distretti industriali aveva creato nei due decenni precedenti casi illustri di cooperazione spontanea tra le imprese, sebbene su base volontaria e in modalità non riconosciute dalla normativa.

A partire dal 2009 invece è stata promulgata la nuova disciplina del contratto di rete di imprese (L.9 Aprile 2009 num.33) che consente alle aggregazioni di imprese di instaurare tra di esse una collaborazione organizzativa duratura nonché di fruire di rilevanti incentivi e agevolazioni fiscali, pur mantenendo la propria autonomia giuridica. Anche la Legge di Stabilità 2015 istituisce incentivi e contributi a favore di questi raggruppamenti.

Si calcola che quasi il 25% delle micro imprese (con fatturati sotto agli €2milioni) che hanno aderito a un contratto di rete sia divenuta esportatrice, contro il 12% circa di quelle che non lo hanno fatto.

Come si è sempre detto: l’unione fa la forza!